ISOPRENE NEI LUOGHI DI LAVORO: UN RISCHIO DA VALUTARE PRIMA CHE DIVENTI ESPOSIZIONE

L’isoprene è un liquido che evapora facilmente, impiegato soprattutto nell’industria chimica e nella produzione di gomma e polimeri.

La sua presenza in un processo produttivo richiede attenzione sia alla salute dei lavoratori sia al rischio di incendio.

Quando si parla di agenti cancerogeni sul lavoro, il primo passo è capire dove la sostanza è presente e come potrebbe raggiungere le persone.

‍Nel caso dell’isoprene, o 2-metil-1,3-butadiene (CAS 78-79-5), l’attenzione va soprattutto ai vapori: il suo punto di ebollizione è vicino a 34 °C e la sostanza evapora rapidamente anche a temperatura ambiente. È inoltre infiammabile; i vapori possono contribuire alla formazione di atmosfere esplosive.

L’isoprene è utilizzato come monomero per produrre polimeri e come intermedio nella sintesi chimica. Per individuare i lavoratori potenzialmente esposti occorre però guardare oltre la fase ordinaria di produzione: travasi, campionamenti, pulizie, manutenzioni e interventi su impianti possono comportare condizioni di esposizione diverse da quelle del normale esercizio. Questa è una valutazione operativa da condurre sul processo concreto, non una conclusione automatica per ogni azienda del settore.

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Che cosa dice la classificazione

La classificazione europea dell’isoprene stabilizzato comprende cancerogenicità di categoria 1B (H350) e mutagenicità delle cellule germinali di categoria 1B (H340). Comprende anche indicazioni di pericolo relative all’infiammabilità e ad altri effetti sulla salute. La classificazione descrive i pericoli della sostanza; per valutare il rischio professionale bisogna poi accertare modalità, intensità e durata dell’esposizione nelle specifiche attività lavorative.

La scheda STOP Carcinogens at Work indica l’inalazione dei vapori come principale via di esposizione professionale. Segnala che esposizioni brevi possono provocare irritazione delle vie respiratorie, mal di testa o vertigini e associa esposizioni elevate e prolungate ad effetti gravi, tra cui tumori del fegato. Queste informazioni richiedono prevenzione e controllo dell’esposizione; non consentono, da sole, di prevedere l’effetto sanitario per un singolo lavoratore.

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Dalla scheda di sicurezza alle misure in reparto

Per un’azienda che produce o utilizza isoprene, la verifica dovrebbe partire dalla scheda di dati di sicurezza aggiornata e dalla ricostruzione delle operazioni effettive: chi interviene, in quali fasi, per quanto tempo e con quali possibilità di rilascio. La valutazione deve comprendere anche le attività non abituali, come manutenzioni e gestione delle anomalie.

La priorità è verificare se la sostanza possa essere sostituita. Se la sostituzione non è tecnicamente possibile, occorre valutare l’impiego di sistemi chiusi.

Dove il contenimento completo non è realizzabile, si devono adottare misure tecniche ed organizzative capaci di ridurre al minimo l’esposizione, verificarne l’efficacia e riesaminare la valutazione quando cambiano processo o condizioni di lavoro. Questa gerarchia è coerente con le misure previste per gli agenti cancerogeni e mutageni dal Titolo IX del D.Lgs. 81/2008.

In pratica, possono essere rilevanti il contenimento dei trasferimenti, l’aspirazione localizzata nei punti di possibile emissione, la manutenzione degli impianti, le procedure per le operazioni occasionali e la verifica dell’esposizione. Formazione, igiene del lavoro e dispositivi di protezione individuale completano le misure tecniche: guanti, protezione degli occhi e protezione respiratoria vanno scelti in base alla valutazione, alle attività e alle indicazioni della scheda di sicurezza.

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La domanda decisiva per il datore di lavoro non è soltanto se l’isoprene sia presente nello stabilimento. È se ogni possibile occasione di esposizione sia stata individuata, ridotta e controllata nel tempo.

Una classificazione di pericolo conosciuta deve tradursi in scelte verificabili sul processo, sugli impianti e sul lavoro quotidiano.

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